Regia: Brett Leonard
Anno: 1992
Fra i primi film a trattare l'avanguardia della realtà virtuale e vagamente ispirato a un racconto di King (il re del brivido prese però pubblicamente le distanze), "Il Tagliaerbe" non é a parer mio un film propriamente riuscito, soprattutto a causa del fatto che ad una premessa intrigante non fa seguire uno svolgimento altrettanto azzeccato.
La tematica di base infatti é interessante: il cyberspazio, una realtà (?) psichedelica e sconfinata, estraniante nel suo primitivo 3D, capace di insinuarsi nei meandri insondabili della mente umana al punto tale da riuscire ad innescare nella testa del povero Jobe, ritardato mentale, quei progressi evolutivi che madre natura aveva da sempre negato.
Un universo tanto estatico e seducente quanto insidioso, sfuggito di mano (o mai davvero posseduto) ai suoi visionari e al tempo stesso miopi creatori (l'ambiguo Pierce Brosnan).
Pare però che anche il film sia un po' scappato dalle mani dei suoi sceneggiatori e questa sensazione scaturisce proprio da ciò che Jobe diventa una volta plagiato e corrotto (vedi cyber sex, c'é anche quello) da questa invadente dimensione alternativa. Da dove nascano esattamente i suoi inquietanti poteri non é dato saperlo, sta di fatto che essi appaiono eccessivamente rimarcati (a tratti sembra un "cattivo" dei supereroi !!) e un po' fuori posto, in tutta la loro spettacolarità, nella meccanica del racconto che si era venuta a creare.
Eccessiva é anche la stereotipizzazione di svariati personaggi e situazioni (il prete fanatico, il bullo scemo che andrà a finire male, la megacorporation guerrafondaia e senza scrupoli etc....) che incrina e limita lo spessore che il film avrebbe potuto meritarsi, lasciandolo in una incompiutezza un po' insipida.
Un film, insomma, che si lascia guardare facilmente, dotato di qualche indubbio spunto interessante, ma che non riesce a graffiare e a lasciare il segno, né per stile né per sostanza.
Incompleto.
Film : "Il Tagliaerbe" ("The Lawnmower Man")
Labels: Brosnan , Cinema , Cyberspazio , Jeff Fahey , Virtuale
Regia: Federico Bondi
Anno: 2008
Dall'esordiente Federico Bondi (da tenere decisamente d'occhio) un bel film sull'amicizia e sulla portata dei sentimenti umani, capace di affrontare senza inutili retoriche temi scottanti come l'immigrazione o delicati come la vecchiaia e la solitudine che essa porta con sé.
"Mar Nero" é il racconto della nascita di un'empatia tra due donne (l'anziana Gemma e la sua giovane badante rumena), il ritratto di un'amicizia sincera capace di sormontare qualsiasi barriera linguistica e anagrafica grazie alla particolare affinità d'animo che le due scopriranno di avere.
Gemma riuscirà a rivedere sé stessa in quella ragazza così timida e carina da lei in principio tanto bistrattata e saprà finalmente scrollarsi di dosso quella diffidenza e quell'astio maturati dai penosi dolori della vecchiaia e dell'isolamento.
E ritroverà nella giovane Angela quella semplicità di affetto e d'intesa che, dopo la morte del marito e l'allontanarsi del figlio, aveva creduto perduti per sempre.
Tutto questo e tanto ancora Bondi ce lo racconta con un mestiere e una discrezione già da veterano, splendidamente coadiuvato dall'eccellente interpretazione delle due protagoniste, Ilaria Occhini (premiata a Locarno con il premio Pardo per il ruolo di Gemma) e la bella e sorprendente Dorotheea Petre (rumena per davvero).
Sì, ha un gran bel tocco questo film e un'autenticità non facile da eguagliare, sia per la dignità e lo spessore dei suoi personaggi sia per la qualità e lo stile della sua narrazione, quest'ultimo particolarmente degno di nota nella versatilità dei suoi cambi di tono (alla malinconia e al grigiore di fondo si sovrappone anche una bella dose di speranza e spensieratezza).
Davvero un peccato che sia passato tanto in sordina perchè "Mar Nero" é uno di quei film che tengono alto l'onore della cinematografia italiana. Un film da scoprire e da condividere.
Regia: Mario Monicelli
Anno: 1955
Quante ne ha dovute patire questo film prima di arrivare al grande schermo. A noi oggi può sembrare ridicolo eppure "Totò e Carolina" scatenò un bel putiferio al momento della sua uscita e non riuscì purtroppo a sottrarsi ad una censura tanto miope quanto spietata.
Il problema alla base di tutto qual era? Che nelle vesti del poliziotto protagonista ci stava quel "buffone" di Totò e questo "irriguardoso" accostamento apparentemente ledeva la dignità dei tutori della legge e della sicurezza nazionale.
Motivazione che in realtà non sta in piedi perché Totò in questo caso non interpreta la solita "macchietta" a lui consueta, bensì un personaggio più pacato e malinconico, che ispira simpatia grazie soprattutto alla sua profonda umanità. Di più, é uno dei pochi personaggi realmente positivi della storia, una persona autentica senza maschere dietro quali nascondersi. Altro che mancanza di rispetto per le autorità.
Ma comunque di ragioni per tagliuzzare se ne trovarono a bizzeffe: durante il loro viaggio, per esempio, Totò e Carolina (la ragazza sola e sfortunata che il buon poliziotto sta riportando a casa) si imbattono in un clero ( e solerti fedeli annessi) che predica pomposo, ma che quando c'è da dare una mano si defila e tanti saluti. E in chi trovano invece un aiuto concreto i nostri due amici? In baldi giovanotti comunisti in marcia sul loro camioncino verso il congresso del partito!!
All'epoca fu un oltraggio e all'impudente Monicelli gliela fecero pagare cara, sforbiciandogli l'opera con un moralistico tosaerba.
Ma, malgrado tutto, non riuscirono ad intaccarne la bellezza, così sconsolata eppure gioviale, così garbata eppure pungente, ma sopratutto tanto, tanto umana.
Regia: Mario Mattoli
Anno: 1951
Non sarà la più spassosa delle commedie italiane del dopoguerra, ma il brio e la vivacità che traspaiono da questo film sono innegabili e questo grazie soprattutto ad un cast come ormai non ne esistono più: tanti brillanti caratteristi del teatro di rivista anni 50 raccolti qui assieme in una combricola di simpatici truffatori da quattro soldi (Mario Riva, Carlo Croccolo, Riccardo Billi e tanti altri meno celebri ma altrettanto bravi) pronti a metterci il cuore per aiutare un giovane e smagliante Walter Chiari a strappare la propria amata dalle grinfie di un perfido imprenditore d'assalto. Una storia ovviamente sempliciotta e, come é giusto che sia, dal lieto fine assicurato, ma costruita con bravura e piena zeppa di trovate carine e personaggi simpatici, ben amalgamati in un film che, con garbo e ironia, sa toccare le corde giuste per farsi amare.
Regia: Mary McMurray
Anno: 1985
Gradita sorpresa della domenica pomeriggio, questo "Il giardino indiano" mi é proprio piaciuto. Anzi direi che la collocazione pomeridiana é fin troppo limitante (comunque grazie La7 !) per un film così valido e intelligente, la cui notevole sensibilità deve probabilmente molto al fatto che la regia e la sceneggiatura siano entrambe tutte al femminile.
Fulcro portante dell'opera é proprio il giardino del titolo, che l'anziana protagonista del racconto si trova a dovere gestire tutta da sola dopo la morte del marito. Un luogo, questo giardino, che si rivela però appartenente più agli spazi della mente che a quelli della realtà, viste le tante valenze e sfaccettature che in esso possono scorgersi.
Esso rappresenta di certo il perdurante ricordo della persona cara, la generosa eredità di una vita ormai spenta, ma ben presto riesce a diventare qualcosa di più: l'amorevole cura che del giardino ha la protagonista (una superba Deborah Kerr in uno dei suoi ultimi ruoli) segna infatti una profonda rinascita spirituale di quest'ultima, un'intima elaborazione del lutto che riesce a tramutare il dolore in una vitale energia creativa capace di salvare la donna da quel triste declino a cui pareva segnata.
O almeno così sarebbe stato se a ribaltare tutto non fosse arrivato quel finale scomodo lì, implacabile e senza pietà nello svelare un destino forse fatalmente segnato fin dal principio.
Un finale malinconicamente amaro, malinconicamente splendido, degno di quella categoria di film d'autore che sanno sempre ed inevitabilmente lasciarti dentro qualcosa.
Categoria in cui "Il giardino indiano" merita una bella piazza d'onore.
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